Il settantasettesimo posto (dopo il Burkina Faso)

Ogni volta (spesso) che nasce una battaglia politica, a livello locale o nazionale che sia, tempo qualche ora e arriva il politico  di turno che si lamenta di qualche articolo pubblicato o non pubblicato con la sprezzante frase “del resto l’Italia è al settantasettesimo posto per la libertà di stampa”. Dietro il Burkina Faso, pensa un po’…

Nella sua balzana idea il fatto che l’articolo o gli articoli in questione dicessero cose che a lui non piacevano, o magari non dicessero cose che lui avrebbe voluto, sta a significare che non c’è libertà di stampa. Ergo, per i politici italiani e praticamente solo per loro, il concetto di libertà di stampa significa libertà di vedersi stampata qualunque cosa si dica e non vederne pubblicata nessuna degli avversari. Con tanti saluti ovviamente allo spirito critico, al diritto di cronaca, alla completezza dell’informazione e all’opinione.

La statistica è vera, la pubblica Reporters sans frontiers e peggiora ogni anno la posizione italiana. Ma la libertà di stampa significa tutta un’altra cosa e il fatto che qualunque politico ritenga di dover vedere tassativamente pubblicato il suo pensiero e anche omesso quello degli altri, è il segno palese della libertà che manca e non viceversa.

Non sono cioè, in Italia, i giornalisti cattivi che distruggono la libertà di vedersi stampate le proprie opinioni. Come non è questo il problema negli altri paesi che stanno anche peggio di noi nella graduatoria.

Libertà di stampa significa in realtà libertà dei giornalisti di scrivere fatti, opinioni, pensieri senza essere condizionati né fisicamente né moralmente nel loro ruolo.

In altri paesi, meno fortunati dell’Italia, la mancanza di libertà la stampa la paga a volte con la vita. Il caso di Ana Politkovskaja, nella bella democrazia di Putin che tanti invocano anche come alternativa alla bieca Europa “di regime” è emblematico.  Si occupava di fatti ceceni, venne freddata fuori casa da ignoti sicari (ignoti per modo di dire, come hanno poi appurato altri giornalisti rischiando anche loro la pelle, mica strillando su facebook). Tutte le volte che qualche deputato o consigliere accenna alla libertà di stampa italiana bisognerebbe sbattergli in faccia (e farglielo mangiare) un elenco di giornalisti che in zone molto meno sicure del mondo sono morti per scrivere la verità, sapendo prima di cominciare che avrebbero rischiato la vita.

E allora in Italia il problema non c’è? Sì c’è, ma ancora una volta non è quel che pensano i nostri che Guevara da salotto o da tastiera. E’ il problema del condizionamento, dovuto ormai da un periodo più che ventennale da un lato alla centralizzazione in poche mani dei mezzi di informazione, dall’altro alla crisi di questi stessi mezzi, che da un lato crea una categoria di giornalisti impossibilitati ad essere totalmente indipendenti nello scrivere, dall’altro una categoria ancora più ampia di giornalisti che non possono esserlo perché non ne hanno i mezzi, meramente economici. Se il tuo futuro dipende dalla pubblicità che tizio farà sul tuo giornale, ti guarderai dal denunciare il suo errato comportamento finchè potrai; se la proprietà della tua testata è di chi ricopre anche un ruolo pubblico, magari politico, di primissimo piano, diventerai grancassa della sua parte e non sarai comunque libero.

Il giornalista in Italia non è libero proprio perchè esiste una classe politica deviata che ritiene di doverne fare il dattilografo dei suoi pensieri, che siano intelligenti o no, giusti o no.

Il giornalista free lance sottopagato per quanto ami il giornalismo e la libera informazione capitola facilmente di fronte a una minaccia di querela da centinaia o anche solo decine di migliaia di euro, sistema convenzionale con cui la nostra classe politica tratta il dissenso: che siamo a Roma o a Sassuolo, che siano di governo o di opposizione, lo fanno tutti e che la ragione sia alla fine dalla parte dell’articolista poco conta. Il politico, ricco o meno ricco che sia, ha i mezzi e i sostegni per un lungo percorso giudiziario, il giornalista e il giornale rischiano di uscirne distrutti.

Non è vero neanche il “così fan tutti”. Molti paesi civili hanno un maggior rispetto della libertà di informazione ed opinione. Negli Stati Uniti, in cui le lobbies sono addirittura parte istituzionalizzata del sistema, difficilmente si legge di giornalisti perseguiti per aver riferito la mancanza di un politico. Più facilmente si legge di un politico chiamato a chiarire la sua posizione in seguito a notizie di stampa: dal Watergate a Bill Clinton, gli esempi sono centinaia e proprio la separazione fra proprietà o accentramento dei mezzi di informazione e attività politica è alla base di questa maggiore libertà.

E del resto, anche i mezzi di informazione chiaramente orientati da una parte, non fanno dell’insulto all’avversario la regola. Nella Fox di Rupert Murdoch, che di certo non è obamiano, difficilmente ascolteremo insulti gratuiti o sberleffi se non offese irripetibili alla parte avversa, come leggiamo regolarmente su Napolitano, Renzi e altri in Italia.

Se guardate poi la classifica di Reporters sans frontiers su cui si basa, sorprendentemente forse scoprirete che la “libertà di stampa” non viene misurata su quante volte è stato pubblicato Renzi, Berlusconi o Di Battista: i parametri sono il “pluralismo”, cioè il grado di rappresentazione delle opinioni nello spazio mediatico; indipendenza dei media rispetto alle autorità; ambiente di lavoro e autocensura; quadro legislativo che sostiene la libertà di stampa; trasparenza delle istituzioni nel fornire le informazioni; infrastrutture a sostegno dell’informazione; abusi e atti di violenza verso giornalisti e mezzi di comunicazione.

Capito? Si parla anche di sostegno della libertà di stampa e del pluralismo, una costruzione fragile ma necessaria, che ha bisogno di un contributo. Sì, probabilmente anche economico, per evitare che sia il denaro di qualcuno a decidere quali sono le opinioni che hanno diritto di essere pubblicate.

Alla fine di tutto questo discorso, contrariamente a quanto pensano questi bei tomi che citano il settantasettesimo posto, è vero che la libertà di stampa in Italia è carente, ma i giornalisti, anche i più beceri, sono le vittime di questo sistema. Che è poi quello che la famosa statistica in realtà dimostra.

putin_mgthumb-interna

Venite venite che vi insegno la libertà di informazione

 

http://www.termometropolitico.it/1216330_in-italia-meno-liberta-di-stampa-e-tutta-colpa-di-renzi.html

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