Roberto, invisibile in rete ma non nella vita

In queste ore la comunità di Fiorano Modenese ha pianto la morte di una persona piuttosto nota e molto amata, il fioraio 55enne Roberto Montorsi, perito in un incidente stradale. La sua vicenda tragica, ha un risvolto significativo proprio in questi giorni in cui si parla molto della dittatura e della pericolosità del web nelle nostre vite. Consente anche di svelare per una volta una sorta di “dietro le quinte” di ciò che accade in una redazione quando c’è un lutto di questo tipo. La ricerca delle informazioni sul defunto è necessaria ovviamente, come lo è trovare una foto del deceduto, che serva anche e soprattutto a far sapere alla sua comunità che non c’è più e quando si terrà l’ultimo saluto a lui rivolto. Una volta era una triste via crucis a casa della famiglia per avere un’immagine. Adesso con la rete è teoricamente tutto semplice, due click e trovi chiunque.

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I NAS a Casa Serena

visita_casa_serenaDa questa mattina i carabinieri dei NAS sono a Casa Serena, non si sa ancora niente sui motivi della  visita e sugli esiti. Bocche cucite in comune.

Maranello: materiale scolastico alle famiglie bisognose

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Grazie alla generosità dei maranellesi matite, quaderni e diari acquistati alla Coop di Maranello e consegnati a 253 bambini (anche a Fiorano)

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Gli studenti in aula a Formigin, il saluto dell’amministrazione

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Al via l’anno scolastico per oltre 3.800 alunni formiginesi. Per tutte le scuole statali presenti nel territorio comunale, Continua a leggere “Gli studenti in aula a Formigin, il saluto dell’amministrazione”

Zagrebelsky, polemiche giustificate?

Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana e tra i principali promotori della campagna del No al referendum costituzionale, sarà ospite a Sassuolo in occasione del festival della filosofia sabato prossimo 17 settembre per parlare di “pluralità politica”.  Continua a leggere “Zagrebelsky, polemiche giustificate?”

Il settantasettesimo posto (dopo il Burkina Faso)

Ogni volta (spesso) che nasce una battaglia politica, a livello locale o nazionale che sia, tempo qualche ora e arriva il politico  di turno che si lamenta di qualche articolo pubblicato o non pubblicato con la sprezzante frase “del resto l’Italia è al settantasettesimo posto per la libertà di stampa”. Dietro il Burkina Faso, pensa un po’…

Nella sua balzana idea il fatto che l’articolo o gli articoli in questione dicessero cose che a lui non piacevano, o magari non dicessero cose che lui avrebbe voluto, sta a significare che non c’è libertà di stampa. Ergo, per i politici italiani e praticamente solo per loro, il concetto di libertà di stampa significa libertà di vedersi stampata qualunque cosa si dica e non vederne pubblicata nessuna degli avversari. Con tanti saluti ovviamente allo spirito critico, al diritto di cronaca, alla completezza dell’informazione e all’opinione.

La statistica è vera, la pubblica Reporters sans frontiers e peggiora ogni anno la posizione italiana. Ma la libertà di stampa significa tutta un’altra cosa e il fatto che qualunque politico ritenga di dover vedere tassativamente pubblicato il suo pensiero e anche omesso quello degli altri, è il segno palese della libertà che manca e non viceversa.

Non sono cioè, in Italia, i giornalisti cattivi che distruggono la libertà di vedersi stampate le proprie opinioni. Come non è questo il problema negli altri paesi che stanno anche peggio di noi nella graduatoria.

Libertà di stampa significa in realtà libertà dei giornalisti di scrivere fatti, opinioni, pensieri senza essere condizionati né fisicamente né moralmente nel loro ruolo.

In altri paesi, meno fortunati dell’Italia, la mancanza di libertà la stampa la paga a volte con la vita. Il caso di Ana Politkovskaja, nella bella democrazia di Putin che tanti invocano anche come alternativa alla bieca Europa “di regime” è emblematico.  Si occupava di fatti ceceni, venne freddata fuori casa da ignoti sicari (ignoti per modo di dire, come hanno poi appurato altri giornalisti rischiando anche loro la pelle, mica strillando su facebook). Tutte le volte che qualche deputato o consigliere accenna alla libertà di stampa italiana bisognerebbe sbattergli in faccia (e farglielo mangiare) un elenco di giornalisti che in zone molto meno sicure del mondo sono morti per scrivere la verità, sapendo prima di cominciare che avrebbero rischiato la vita.

E allora in Italia il problema non c’è? Sì c’è, ma ancora una volta non è quel che pensano i nostri che Guevara da salotto o da tastiera. E’ il problema del condizionamento, dovuto ormai da un periodo più che ventennale da un lato alla centralizzazione in poche mani dei mezzi di informazione, dall’altro alla crisi di questi stessi mezzi, che da un lato crea una categoria di giornalisti impossibilitati ad essere totalmente indipendenti nello scrivere, dall’altro una categoria ancora più ampia di giornalisti che non possono esserlo perché non ne hanno i mezzi, meramente economici. Se il tuo futuro dipende dalla pubblicità che tizio farà sul tuo giornale, ti guarderai dal denunciare il suo errato comportamento finchè potrai; se la proprietà della tua testata è di chi ricopre anche un ruolo pubblico, magari politico, di primissimo piano, diventerai grancassa della sua parte e non sarai comunque libero.

Il giornalista in Italia non è libero proprio perchè esiste una classe politica deviata che ritiene di doverne fare il dattilografo dei suoi pensieri, che siano intelligenti o no, giusti o no.

Il giornalista free lance sottopagato per quanto ami il giornalismo e la libera informazione capitola facilmente di fronte a una minaccia di querela da centinaia o anche solo decine di migliaia di euro, sistema convenzionale con cui la nostra classe politica tratta il dissenso: che siamo a Roma o a Sassuolo, che siano di governo o di opposizione, lo fanno tutti e che la ragione sia alla fine dalla parte dell’articolista poco conta. Il politico, ricco o meno ricco che sia, ha i mezzi e i sostegni per un lungo percorso giudiziario, il giornalista e il giornale rischiano di uscirne distrutti.

Non è vero neanche il “così fan tutti”. Molti paesi civili hanno un maggior rispetto della libertà di informazione ed opinione. Negli Stati Uniti, in cui le lobbies sono addirittura parte istituzionalizzata del sistema, difficilmente si legge di giornalisti perseguiti per aver riferito la mancanza di un politico. Più facilmente si legge di un politico chiamato a chiarire la sua posizione in seguito a notizie di stampa: dal Watergate a Bill Clinton, gli esempi sono centinaia e proprio la separazione fra proprietà o accentramento dei mezzi di informazione e attività politica è alla base di questa maggiore libertà.

E del resto, anche i mezzi di informazione chiaramente orientati da una parte, non fanno dell’insulto all’avversario la regola. Nella Fox di Rupert Murdoch, che di certo non è obamiano, difficilmente ascolteremo insulti gratuiti o sberleffi se non offese irripetibili alla parte avversa, come leggiamo regolarmente su Napolitano, Renzi e altri in Italia.

Se guardate poi la classifica di Reporters sans frontiers su cui si basa, sorprendentemente forse scoprirete che la “libertà di stampa” non viene misurata su quante volte è stato pubblicato Renzi, Berlusconi o Di Battista: i parametri sono il “pluralismo”, cioè il grado di rappresentazione delle opinioni nello spazio mediatico; indipendenza dei media rispetto alle autorità; ambiente di lavoro e autocensura; quadro legislativo che sostiene la libertà di stampa; trasparenza delle istituzioni nel fornire le informazioni; infrastrutture a sostegno dell’informazione; abusi e atti di violenza verso giornalisti e mezzi di comunicazione.

Capito? Si parla anche di sostegno della libertà di stampa e del pluralismo, una costruzione fragile ma necessaria, che ha bisogno di un contributo. Sì, probabilmente anche economico, per evitare che sia il denaro di qualcuno a decidere quali sono le opinioni che hanno diritto di essere pubblicate.

Alla fine di tutto questo discorso, contrariamente a quanto pensano questi bei tomi che citano il settantasettesimo posto, è vero che la libertà di stampa in Italia è carente, ma i giornalisti, anche i più beceri, sono le vittime di questo sistema. Che è poi quello che la famosa statistica in realtà dimostra.

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Venite venite che vi insegno la libertà di informazione

 

http://www.termometropolitico.it/1216330_in-italia-meno-liberta-di-stampa-e-tutta-colpa-di-renzi.html

Il burocrate

Il burocrate sta dentro l’amministrazione da sempre. Ha un volto e un nome ma le sue decisioni non ce l’hanno. Il burocrate passa la maggior parte della sua esistenza a giustificare la sua esistenza. Per farlo ha bisogno che una procedura snella diventi complicatissima, perché se fosse snella chi si rivolgerebbe al burocrate? Nel tempo in cui nessuno si rivolge a lui, il burocrate passa il tempo a farsi venire l’acido allo stomaco pensando che tanta gente non ha studiato quanto lui, ha fatto la bella vita e magari non sta tutto il giorno in un ufficetto a pensare a come giustificare la propria esistenza. Ecco, tutti costoro la devono pagare, quindi la vita gliela complica lui.

Il burocrate decide che una corsa podistica che per 18 anni è passata nei parchi cittadini, stavolta non ci può passare e devia i podisti in strada in mezzo alle macchine. Può farlo, perché tanto nessuno sa a quale articolo di legge faccia riferimento e ora che si è capito, la corsa è già finita.

Oppure può decidere che una corsa in cui ci si lancia polvere colorata che con due piovute scompare, ha bisogno di un piano di pulizia che neanche la bonifica dell’amianto.

Il burocrate può decidere che un gazebo che stava lì da dieci anni, non ci può più stare perché la regola è cambiata e sporge di quindici centimetri, o la tenda è troppo color pastello; il burocrate può decidere che la porta del bagno del call center non può più essere di 80 centimetri ma deve essere di un metro; che nello statuto della tua associazione dove c’è scritto per sarebbe meglio se ci fosse scritto con, quindi è meglio se lo rifai e lo registri di nuovo all’agenzia delle entrate, pagando di nuovo la relativa tassa di 350 euro.

Impossibile contestare la decisione del burocrate. Lui farà sempre appello a leggi, commi o sottocommi che tu non potrai mai conoscere. Perché il burocrate passa le giornate a scovarli, tu no.

Ma fosse solo quello. Il burocrate può decidere che quel tizio veramente bravo che vorresti nella tua amministrazione non ci può venire a lavorare, devi fare un concorso con numerosissimi paletti giustificativi, relazioni, curriculum, fidejussioni; che il personale che è andato via per pensione o scelta non lo puoi sostituire, devi fare senza, cazzi tuoi; che quel lavoro non può farlo quella ditta bravissima, di concittadini che hanno appena finito di lavorare per la Nasa, devi fare una gara al massimo ribasso e prenderti chi vince, anche se non hai idea di chi sia; che le matite non puoi comprarle in negozio, ma devi fare un’indagine esplorativa e conoscitiva su tutte le ditte italiane che vendono matite e sono iscritte a un certo elenco. Intanto che aspetti caso mai portati una matita da casa.

Il burocrate giustifica sempre le sue scelte con la frase “se no poi ci vado di mezzo io…”. In realtà lui non ci va mai di mezzo, nessuno se lo fila, nessuno sa chi sia e anche quando qualche decisione risulterà inequivocabilmente sbagliata il burocrate non pagherà, pagheranno il sindaco, l’assessore e il burocrate resterà nel suo ufficetto, ad aspettare i prossimi.

Ma il burocrate se e quando vuole può comportarsi esattamente al contrario. Il posto così complicato da ottenere calza proprio a pennello per le caratteristiche dell’amico di sua moglie e d’incanto tutto si sblocca; il gazebo del bar del cognato rientra perfettamente nelle caratteristiche del nuovo regolamento, anzi sembra quasi fatto su misura, che fortuna… anche su mille curriculum, un complicato calcolo di punteggi, con parametri per carità, verificabili e trasparenti, porta del tutto casualmente alla scelta delle figura indicata dall’amministrazione, sempre che prima la suddetta non abbia fatto arrabbiare il burocrate…

In più di venti anni in cui ogni governo centrale e locale ha blaterato di snellire, velocizzare, semplificare, si è mai semplificato qualcosa? C’è meno burocrazia, ci sono regole più semplici per qualunque cosa, dall’aprire un bar a organizzare un evento, dal costruire una casa a partecipare a un concorso?

Si sono inventati sistemi per appalti sicuri e acquisti sicuri che non regge neanche il cervellone di Quantico. Si sono inventati il Consip, il Mepa, Intercent, che fanno risparmiare centralizzando gli acquisti. Risulta che gli appalti siano più sicuri, che le costruzioni sorgano più in fretta e con miglior qualità? Risulta che ci siano importantissimi risparmi negli acquisti delle pubbliche amministrazioni? E se sì (ma comunque no), a fronte di quali e quante difficoltà per aziende che devono assumere una persona solo per le pratiche burocratiche necessarie per poter ottenere una fornitura?

Al burocrate non interessa di queste problematiche: sei nella melma, una melma vischiosa da cui non puoi liberarti da solo. Ti ci porta fuori lui, se gli va. E’ per questo che dicono esista…